Un pizzo di ipocrisia

La decisione assunta dalla Confindustria di sospendere o espellere dall’organizzazione le imprese che non denunciano di essere vittime di estorsioni o di intimidazioni mafiose è stata considerata un atto di coraggio civile nella lotta contro la criminalità organizzata. E’ proprio così? In realtà il coraggio lo si chiede, o meglio lo si impone ad altri, che in molti casi, per ottemperare alle prescrizioni associative, dovrebbero comportarsi da eroi.
19 AGO 20
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La decisione assunta dalla Confindustria di sospendere o espellere dall’organizzazione le imprese che non denunciano di essere vittime di estorsioni o di intimidazioni mafiose è stata considerata un atto di coraggio civile nella lotta contro la criminalità organizzata. E’ proprio così? In realtà il coraggio lo si chiede, o meglio lo si impone ad altri, che in molti casi, per ottemperare alle prescrizioni associative, dovrebbero comportarsi da eroi. In qualche situazione, per esempio in alcune aree siciliane nelle quali la mafia ha subìto colpi gravissimi ed è in difficoltà a mantenere il controllo intimidatorio, il rifiuto delle imprese di sottostare al ricatto sembra estendersi, con effetti assai positivi.
Ci sono però purtroppo ancora situazioni nelle quali le cose non stanno così. In questi casi la lotta per liberare il sistema economico dal cancro mafioso sarà ancora lunga e il peso non può essere messo tutto soltanto sulle spalle delle vittime. E’ facile, forse troppo facile, scrivere un documento nelle sale di rappresentanza di un’organizzazione imprenditoriale, ma questo può far apparire Emma Marcegaglia come uno di quei vanagloriosi generali del tipo “armiamoci e partite”.
Naturalmente la collaborazione dell’imprenditoria meridionale alla lotta contro le cosche è un dato decisivo, ma assai complesso e difficile, che va realizzato concretamente attraverso un’azione capillare che assicuri agli imprenditori che cercano di liberarsi dall’oppressione del ricatto il massimo dell’appoggio e della vicinanza. Un editto di espulsione minacciata non sembra uno strumento adatto a rafforzare la rete di resistenza alla mafia, una tela che va tessuta pazientemente; c’è il retrogusto di una esibizione propagandistica che scavalca i veri problemi, ma che non sposta di molto i dati di una situazione molto preoccupante e dallo sfondo tragico.
Assicurare una efficace solidarietà economica e di sicurezza a chi sceglie la via difficile e tuttora pericolosa della denuncia, in modo da incoraggiare gli atti di resistenza cercando di renderne meno oneroso il costo, è la condizione preliminare per poter poi pensare a sanzioni. La vittima dell’estorsione non va lasciata sola o demonizzata, perché proprio se isolata diventa più facilmente preda della rete criminale. L’impegno di Confindustria è ovviamente lodevole, ma deve essere perfezionato attraverso strumenti meno magniloquenti e più concretamente utili.